Lavoro remoto...o passato remoto

https://www.lavoro.gov.it/notizie/pagine/gruppo-di-studio-lavoro-agile-la-relazione-conclusiva.aspx/

Articolo interessante, anche se credo il tema ormai vada superato.
Intendo: se al posto di lavoro in presenza e di lavoro agile (o smart work o lavoro da remoto che dir si voglia), si cominciasse a parlare di “lavoro elastico”?

Già…ma che cos’è direte voi? Un sistema ibrido, un’organizzazione del lavoro in cui, ad esempio, 2 giorni si lavora in presenza, 1 in remoto, e 2 in “spazi lavoro”, edifici appositamente ristrutturati per accogliere persone a km zero che lavori da una parte in remoto nei confronti della loro azienda, ma in comune con altre persone con opportunità di relazioni sociali, di scambio di competenze, di confronto di esperienze, con un minimo impatto ambientale e con positive ripercussioni sull’economia che ruota attorno agli insediamenti lavorativi (ristorazione, servizi alla persona-estetica, palestra…-, servizi alla famiglia- asilo e nido, centri medici, assistenza fiscale…-). Un nuovo modo di vivere nella realtà metropolitana, quella realtà dove tutto è a 15 minuti ma fino ad ora non si è non dico realizzato ma neanche proposto nulla di nulla.
Una nuovo sistema di lavorare di instaurare relazioni sociali in una sorta di “paesi cittadini” a misura di uomo e servizi…verso il futuro e non il passato

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Molto interessante Roberto, appena possibile approfondirò il rapporto completo. Avevo parlato di una proposta simile in un mio podcast tempo fa, “telelavoro” non inteso come “stattene a casa e problemi tuoi tra figli che piangono e il cane che abbaia”, ma un nuovo modo di vivere la città con co-hub delocalizzati e diffusi sul territorio, ovviamente per le tipologie di impresa che lo consentono.
Aggiungerei che guardando a un futuro non prossimo, ma nemmeno remoto (visto che è già possibile in forma embrionale), le tecnologie di realtà virtuale se ben integrate potrebbero incentivare ulteriormente la possibilità di unire un modello “locale” come quello che hai illustrato con una condivisione “globale” per lavorare davvero con persone senza confini geografici e senza le inevitabili limitazioni e problematiche indotte dalla tecnologia attuali, ridefinendo il concetto di “telepresenza” e quindi anche di “telelavoro”.
Best of both worlds, se saremo in grado di cogliere appunto il meglio e non, come spesso accade il peggio (vedi come sono spesso adottate le nuove tecnologie dalla PA…).

L’altra faccia della medaglia.

Sono da sempre un sostenitore del bicchiere mezzo pieno, ma qui mi viene da puntare gli occhi su quello mezzo vuoto. Di questo quindi parlo, pur riconoscendo quanto scritto da Roberto e Daniele.
Alcuni rischi del lavoro da remoto sono indicati anche nella “Relazione Del Gruppo Di Studio Lavoro Agile”; dal punto di vista del lavoratore si sofferma in particolare sui temi relativi alla sicurezza sul lavoro, sulla determinazione e gestione dell’orario di lavoro, e vi è un passaggio a pag 12 che recita <<La “domiciliarizzazione” del lavoro agile è assunta come potenziale fonte di isolamento sociale e di esclusione dal tessuto relazionale che (…) caratterizza il lavoro in presenza. Le ricadute (in termini di possibilità di carriera, salute, discriminazioni, ecc.) sono evidenti (…)>>. Su questo mi soffermo, e rendo subito chiara la mia posizione: il rischio qui evidenziato come potenziale è a mio parere forte e pesante, e non è saldo zero ma identifica un (ulteriore) spostamento delle dinamiche del lavoro a tutto favore dell’impresa e contro il benessere e gli interessi dei lavoratori.
Allo spezzettamento NEL luogo di lavoro si aggiunge lo spezzettamento DEL luogo di lavoro.
Il primo processo è in atto da tempo. Operatori che “abitano” lo stesso luogo di lavoro, che ugualmente concorrono agli stessi risultati aziendali, non sono più compagni (termine pericolosissimo) di lavoro, ma neanche (più lievemente) colleghi. Non sono collegati perché hanno datori di lavoro diversi, diversi contratti, diversi diritti e tutele, diverse normative di riferimento, diversi trattamenti previdenziali. E non parlo qui di specialisti che lavorano per varie aziende, ma di lavoratori che operano in modo esclusivo in una specifica azienda: addetti alla mensa, alle pulizie, alla guardiania; ma abbiamo anche esternalizzazioni di interi reparti e funzioni quali la manutenzione ordinaria, la logistica, i magazzini. Se poi entriamo in ufficio o in un reparto di produzione e ci guardiamo in giro possiamo vedere un gruppo omogeneo di lavoratori che in realtà sono alcuni dipendenti dell’azienda, altri “in missione” (bellissimo termine) mandati da un’agenzia interinale, altri a partita iva, altri in stage, altri in progetto scuola-lavoro. Fra i dipendenti ci saranno contratti a tempo indeterminato e a tempo determinato, a tempo pieno e parziale, a chiamata, ecc.
Ebbene. L’interesse dell’azienda è uno solo. Gli interessi di tutti questi lavoratori non sono convergenti, e possono facilmente diventare conflittuali. Di conseguenza questi lavoratori non sono minimamente in grado di collegarsi (non sono colleghi!) per difendere collettivamente i propri interessi, proprio perché NON hanno gli stessi interessi – tanto meno si sentono compagni. Riprendendo linguaggi dimenticati, resi appositamente desueti, sono massa ma non classe.
Fra quelli che entrano dallo stesso cancello ogni mattina abbiamo comunque un gruppo di lavoratori che sono colleghi. Condividono il contratto, il datore di lavoro, i capi. Vanno nella stessa mensa e si incontrano alla stessa macchinetta del caffè. E si parlano. Si scambiano informazioni di quello che succede nelle diverse aree dove operano, e possono costruire una conoscenza allargata e comune dell’insieme dell’azienda. Magari non proprio una visione generale e globale, che rimane solo presso la direzione, ma certo più ampia di quella che si matura attaccati alla propria scrivania o alla plancia di comando di un singolo macchinario.
Il lavoro a distanza toglie la mensa, la macchinetta del caffè, l’entrare nell’ufficio del collega per scambiare qualche parola.
Il lavoro remoto diminuisce, se non annulla, la colleganza. [Remoto è dal latino remotus, participio passato di removere, quindi solo secondariamente significa “lontano” come aggettivo, perché primariamente significa “allontanato”, cioè portato lontano].
Il lavoro remoto allontana e toglie i corpi vivi con le loro voci naturali, i loro odori, i loro movimenti, i loro difetti. L’altro è solo la sua faccia, e la sua voce mediata negli orari prefissati di connessione web; la sua persona, come la mia, coincide definitivamente con il prodotto del suo lavoro.
I lavoratori non condividono più il posto (i posti si vivono, nei posti si vive, e se si è in tanti si con-dividono i posti e lì si con-vive) ma frequentano la stessa rete, cioè un non luogo.
Perdono senso espressioni come “il mio posto di lavoro”. L’aggettivo possessivo indica appartenenza, proprietà, con il carico affettivo ed emotivo che questo comporta. Se non ho il mio posto di lavoro, sono del tutto indifferente a ciò che accade vicino a me, perché non c’è nessun confine – che indica il limite ma anche la prossimità.
Risparmiamo km e (forse) tempo. Inquiniamo (un po’) meno. Spendiamo meno per “i vestiti da ufficio”. Ma è davvero tutto beneficio? Quanto costa, e costerà!, non avere più un posto di lavoro?

Siamo bravissimi in Italia ad inventarci parole-maschera utilizzando la nostra mediamente scarsa dimestichezza con l’inglese. Abbiamo il green pass – che nessuno straniero capisce cos’è, ma con green da noi diventa una cosa bella. E abbiamo lo smart working, anch’essa espressione sconosciuta all’estero, con quello smart che sa di intelligente, di brillante (e qualcuno confonde pure con lavoro sorridente, mischiando smart e smile). Altro che smart, it’s very sad.

Ciao Luciano,

Giustissimo tutto quello che dici.
Proprio da questo nasce la mia riflessione: lavorare da remoto, rispetto alla sede aziendale/ufficio, ma con altri, in luoghi di prossimità appositamente allestiti (per restare qui in zona 7 penso all’ex Istituto Marchiondi, tra l’altro bell’esempio di architettura brutalista, l’ex primaria Manara, la scuola di via Cabella…e perché no, parte degli uffici del centro Direzionale di via Caldera, purtroppo in buona parte vuoti).
Sono spazi da ristrutturare ad hoc per un lavoro di vicinanza (nel mio post indicativamente 2 alla settimana), con il pieno rispetto di norme di sicurezza, opportunità di socializzazione e confronto, per superare l’isolamento e lo stress delle mura domestiche.
Non un compromesso ma un equilibrio di situazioni: casa(1 due), prossimità (2 dies) e ufficio (2 dies), per dare modo a chi ne usufruisce di gestire al meglio tempo, spostamenti, impegno… più libertà e meno vincoli.
Tra l’altro questa soluzione presenta un ulteriore vantaggio: le imprese necessitano di meno spazi privati a favore di “spazi condivisi”, con relativo contenimento dei costi. Questi spazi liberi in “eccesso” portano ad un abbassamento dei costi di mercato rendendo quindi da questo punto di vista più appetibile Milano per l’insediamento di nuove attività imprenditoriali, e quindi nuove opportunità di lavoro (lavoro sia diretto per chi assume-evidentemente stiamo parlando di terziario che meglio si presta a questa soluzione-, sia indiretto per le attività collaterali). Certo, i proprietari degli immobili potrebbero rimanere delusi ma, francamente, i costi di acquisto ed affitto oggi sul mercato sono difficilmente sostenibili per molti; con il rischio di chiusure e delocalizzazioni.
Alla fine, anche ai proprietari/gestori di immobili conviene avere di fronte un mercato “meno ricco” ma più ampio e stabile nel tempo.
Insomma, benefici per tutti.

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Caro Roberto.
Capisco ciò che dici, e concordo che quanto prefiguri costituisca un migliore equilibrio rispetto alla collocazione esclusivamente domestica dell’attività lavorativa. Questo dà una risposta almeno parziale ad uno dei problemi che ho evidenziato e cioè, semplificando, quello della solitudine e della sicurezza e salubrità del posto dove si lavora. Lascia però del tutto irrisolto, ed in realtà nemmeno affrontato, l’altro e principale problema che ho evidenziato, quello del soggetto collettivo che, lavorando, produce il risultato aziendale.
Il lavoro remoto, anche nella versione più equilibrata che proponi, allenta i legami fisici fra i lavoratori e in conseguenza di questo allenta anche i legami emotivi, personali, sociali, comunicativi, conoscitivi e – diciamolo – ideali e politici. Sono ben cosciente, e l’ho detto prima, che l’opera di distruzione di questi legami non è certo iniziata col lavoro “agile”, ma a mio parere questo passaggio è del tutto in linea con questo obiettivo e ne costituisce la più recente espressione.
Cresce l’asimmetria fra impresa e lavoratori, a tutto beneficio del datore di lavoro (suona troppo male dire a tutto beneficio del capitale?).
Diminuisce la possibilità di conoscere i frutti del proprio lavoro, in quanto questi diventano misurati solo sulla corrispondenza agli obiettivi assegnati. Il collega a cui ho passato una comunicazione incomprensibile non verrà nel mio ufficio a domandarmi che significa questa cosa, ma si lamenterà col suo capo, che parlerà col mio, che mi dirà che ho scritto un sacco di stronzate. L’azienda, nei suoi vertici, diventa non solo organizzatore esclusivo del lavoro, ma anche mediatore dei rapporti che, appunto, non sono più in-mediati, ma sottratti alla comprensione e alla gestione diretta fra i lavoratori.
Nel medio periodo vedo poi il rischio di una ulteriore compressione salariale. L’impresa sa bene che il lavoratore risparmia sui vestiti e sulla benzina e l’usura dell’auto, sa bene che per lavorare 8 ore servono 8 ore, e non 8 ore più i tempi di viaggio. E non ci metterà molto a fare i conti e a portarli sul tavolo di discussione dei contratti collettivi ma soprattutto di quelli aziendali. Io, fossi un direttore del personale, a fronte di una richiesta individuale di aumento, proporrei di aggiungere un giorno alla settimana di smart working – in un mese ti faccio risparmiare 200 km di auto corrispondenti a circa 60 euro fra benzina e usura, e 6 ore di viaggio corrispondenti a 120 euro con paga base 20 €/h. Fanno 180 euro, che vuoi di più?

La riflessione di Luciano è certamente interessante. Io penso che le maggiori criticità si possano superare con una proposta come quella citata da Roberto, tranne appunto quella che tu fai emergere ed è effettivamente importante, di uno spezzettamento non sociale (perché avresti “persone” anche nei co-hub locali), ma “aziendale”. È certamente un tema da affrontare tramite un bilanciamento dell’uso del “remoto” e “ufficio centrale”, e anche un miglior uso della tecnologia (anche se la presenza - per ora - è ancora superiore, non condivido per ovvie ragioni l’opinione che la tecnologia non aiuti comunque a mantenere le relazioni in modo positivo).
Naturalmente non sono in grado di entrare come voi in una discussione così complessa, secondo me però è comunque importante che si dica che i problemi legati agli spostamenti, all’inquinamento, e al corretto bilanciamento tra lavoro e “vita privata” sono altrettanto importanti, e che quindi qualsiasi soluzione che tenti di risolverli vada sì studiata in modo da non creare ulteriori problemi, ma favorita e non osteggiata al primo dubbio :slightly_smiling_face:
Un esempio stupido: spesso si dice che il problema del telelavoro è che poi uno è obbligato a lavorare di più perché tanto sei a casa e non devi spostarti, ma non è un problema del telelavoro, quello. È un problema di capi incapaci e arretrati, basterebbe da una parte imporre, dall’altra favorire per esempio comportamenti che vadano nella direzione di evitare comunicazioni di lavoro oltre certi orari, e così via. Io penso che le soluzioni ci siano, se si vogliono trovarle, mentre se non si vuole chiaramente qualsiasi innovazione andrà a cadere su un terreno tossico e genererà ulteriori problemi.

Sì Daniele, infatti ho iniziato il mio primo intervento dicendo che avrei parlato del bicchiere mezzo vuoto. Sono convito che ci sia il bicchiere mezzo pieno, costituito dalle cose che dite tu e Roberto. Ho solo inteso evidenziare un aspetto meno tecnico ma che a mio parere deve anch’esso essere considerato nel ragionare di questo aspetto dell’organizzazione del lavoro.

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Buon sabato.
Infatti l’idea è quella di riempire un altro poco di bicchiere…almeno fino a 3/4.
Giustissimo il tempo risparmiato, ma il datore di lavoro deve capire che la distanza casa-ufficio è diversa per ogni lavoratore e che non è nemmeno pensabile diversificare (leggasi “ridurre”) lo stipendio sfruttando questa scusa.
Analogamente per i costi di trasporto: si può altrettanto efficacemente obiettare che, ad esempio, il costo dell’abbonamento per il trasporto pubblico non ha nulla a che vedere con la distanza percorsa o il numero di fermate.
Sicuramente chi lavora in remoto o in “prossimità” ha dei vantaggi nella gestione della sua quotidianità ma lo stesso vale per il datore di lavoro: può ridurre spazi e quindi costi nelle sedi, costi per affitto/manutenzione, pulizia, bollette ecc ecc, che non sono trascurabili.
Deve essere chiaro alle parti che entrambe traggono dei vantaggi, secondo me sensibili, a fronte di sacrifici di entità minore.
Il datore di lavoro ha risparmi a fronte di un (presunto) minor controllo sul dipendente ( a mio parere si tratta di un non problema perché in realtà si dovrebbe riconoscere la maggior professionalità ed autonomia del lavoratore stesso) e, come suggeriva giustamente Daniele, rischi informatici.
Il lavoratore ha risparmi di tempo e di costo, a fronte di un maggiore “isolamento”, che però nella mia idea sarebbe solo di 1 giorno su 5 (a fronte di due in ufficio e altri due in un contesto di socializzazione più ampia) e, in generale, un condizione “ergonomica” di lavoro domestico sub ottimale.
Ala fine però vedo il “bicchiere” in riempimento…lo so sono un incorreggibile ottimista.

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Mi sento molto vicina alla riflessione di Luciano che meriterebbe di essere stampata su una carta preziosa e fatta oggetto di riflessione da parte dei diversi portatori di interesse. La parte del bicchiere mezzo vuoto è quella che dà significato e struttura alla nostra crescita umana e professionale. Non possiamo togliere del tutto la corporeità, i dialoghi alla macchinetta, le riunioni in presenza senza veder sfumare progressivamente l’idea di un’impresa umana che si sta facendo insieme. Io sono sinceramente preoccupata nel sentire tante persone che preferiscono non vedere più i loro colleghi, che scelgono una vita chiusa in una sorta di utero familiare invece di mischiarsi nelle relazioni e nei percorsi più o meno prevedibili che la vita lavorativa ci riserva. Dematerializzare il lavoro dematerializza in parte anche noi. Costruire un equilibrio in cui venga preservata l’idea di una missione economica che si fa insieme - menti, corpi e tecnologia - rischia di rendere sterile anche il nostro saper stare insieme in altri ambiti. Per me questo è un nodo da sciogliere rispetto al quale non vedo un gran bel futuro.

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“Ibrido, per quasi tutti: l’88% delle aziende continuerà in modalità smart working per uno o più giorni la settimana anche dopo il 30 giugno, quando si concluderà la fase del lavoro in emergenza. Autonomo, ma non abbastanza: dall’indagine Aidp (l’Associazione italiana per la direzione del personale) emerge che il 75% delle aziende non intende predisporre alcun tipo di controllo da remoto per gli smartworker, ma solo il 15% consentirà ai dipendenti che vivono in altre Regioni di continuare a lavorare da remoto, contro il 58% che non intende farlo e il 28% che ci sta ancora riflettendo.

La richiesta di continuare a lavorare da casa viene soprattutto da una fascia di giovani laureati (tra i 18 e i 35 anni), in prevalenza del Mezzogiorno. ”